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Mark 2.0

Mark 2.0Questo mese tra i vari libri sul comodino sono stata molto colpita dall’opera prima scritta Chris Farnell, un ragazzo inglese di soli 21 anni. L’opera è introdotta dalla stupenda copertina di Maurizio Ceccato e si intitola Mark II (in Italia Mark 2.0).

Temi attuali e ben esposti, non ordinari: identità e doppio, memoria e clonazione, umanità e menzogna. Sono temi antichi e attuali. La ricerca della genesi, della struttura e del senso dell’identità di ogni essere umano non è compiuta, né sembra stia avanzando verso la perfezione, le dinamiche e i processi della memoria non sono rivelati, il mito del “doppio” potrebbe un giorno incarnarsi nelle clonazioni.

Mark 2.0 si fonda su una scrittura essenziale ma non elementare, d’una piacevole chiarezza; capace di giostrare tra gli stati d’animo dei diversi io narrante: quando l’adolescente Phil, amico e testimone del ritorno in vita del suo perduto compagno Mark, quando il neonato adolescente Mark (II), l’apparentemente perfetto clone che ha preso il suo posto. In terza persona, si narra delle vicende d’una loro coetanea, la cristiana e solidale Kirsty; ma è una terza apparente, efficace nella rappresentazione dei suoi pensieri.

Contesto della narrazione: periferia inglese, in un futuro non troppo distante da oggi; finalmente è possibile – pure con qualche limite: non per i suicidi, né per gli over 15 – dare vita, grazie alla clonazione, a una creatura vivente in tutto simile al famigliare perduto. Attraverso qualche settimana di Apprendimento Veloce il neo-uomo recupera memorie e informazioni; successivamente, perfeziona strategie di comportamento e di comunicazione.

La famiglia Self sarà protagonista d’una doppia disgrazia e d’una doppia “riproduzione” (reincarnazione non sembra sia termine adatto): a un tratto, non c’era morte nella famiglia Self, non c’era il crescere e il vivere, non c’era alcun cambiamento. Solo un santuario dedicato a un passato perfetto che nessuno poteva ricordare e che probabilmente non era mai neanche esistito (p. 127).

Mark era malato. Gli ultimi tempi era ridotto a una carcassa esile, solcata da qualche tubo. Odiava la malattia e invidiava chi era sano. Era sarcastico, acido, ma sapeva sdrammatizzare. Dopo la sua morte, via DNA ricostruiscono un Mark molto simile, ma “leggermente differente”: uguale nell’aspetto, nel comportamento, forse nel modo di pensare (p. 13); ma nuovo, e altro dalla sua matrice, nonostante l’indottrinamento.

Phil è un ragazzo solitario, Mark era il suo unico amico. Non aveva accettato la sua morte, tornando ogni giorno a prenderlo per andare a scuola, automaticamente e invano; sin quando non l’aveva ritrovato. Apparentemente molto simile, davvero; ma finalmente guarito e sano, e con un atteggiamento prima incerto e ingenuo, quindi diffidente e caustico. Sta a Phil restituirgli la memoria della sua essenza: meglio, sta a lui plasmare, come argilla, l’anima del suo “ritornato” amico. Che impara a ritrovarsi in fretta, e altrettanto rapidamente rischia di perdersi. Ogni cosa è nuova; finalmente, la sua passione per il calcio può tradursi nel gioco, e non solo nell’immaginazione del gioco. E stesso può valere per le ragazze, e per gli scontri coi coetanei.

Lauren è la sorellina minore di Mark. Ha dieci anni. È stordita, non triste per la morte di Mark. È una che saluta fissando con disprezzo, ha un carattere difficile. Pizzica. Non riconosce il fratello nel suo clone, in ogni caso; vorrebbe che fosse così, sembra incerta tra desiderio d’ingannarsi e volontà di restare fedele alla memoria di chi ha perduto. Involontariamente, Lauren sarà strumento di coscienza di Mark; non per i loro pochi dialoghi, ma per la sua improvvisa morte: sostituita da una clone, costringerà il clone del fratello ad accelerare la presa di coscienza sulla sua natura. I cloni non desiderano originalità: faticano a riconoscere differenza. Pretendono d’essere quel che non sono, e d’avere quel che non hanno avuto: le loro memorie sono lacunose e improvvisamente selettive, foraggiate e alimentate da chi amava “l’originale”.

Mark II è fisicamente più forte, ma ha lo sguardo da bimbo: due occhi spalancati che guardano tutto, ovunque, tra curiosità e paura. Nessuno è mai stato così meravigliato dal soggiorno della sua casa come lui, al suo “ritorno” (avvento). È più gentile, e sembra estraneo alla menzogna; lentamente, coglie – ammaestrato dal “vecchio” amico Phil, combattuto tra fiducia e perplessità – i differenti gradi di bugia; da quelli accettabili (bugia “innocente”, sarcasmo, offesa ludica) a quelli reputati scorretti. A sé stesso proverà a mentire, invano: l’ultima prova, più potente del confronto col clone della sorella, è l’eredità della sua matrice. Una volta ancora, come da grande tradizione letteraria ottocentesca, sarà un ritratto (evoluto, e animato: un nastro in vhs) ad accompagnare il protagonista e il lettore alla verità. Intelligentemente, Farnell lascia il finale aperto, in ogni caso: interroga le nostre coscienze e pone importanti quesiti su cui meditare.

Sino a che punto è lecito mentire? Sin quando accettiamo che la menzogna sia parte delle nostre vite, e per quanto? Quanto abbiamo bisogno dell’alterità per formare la nostra identità? E quanto incide questo bisogno nelle interazioni, e quanto le altera? Ancora: è accettabile restituire alla vita l’ombra di carne e sangue di chi non può più tornare? È accettabile ritenere che la memoria e il DNA coincidano con l’anima?

Un notevole esordio di un giovanissimo scrittore. Vi catturerà dall’inizio alla fine: leggetelo!

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