Ecco come si “raccontano” i progetti
Analizzando brevemente come nascono le storie, e come poi si diffondono ed evolvono all’interno di una comunità possiamo individuare tre fasi: il fatto puro e semplice, il riassunto degli avvenimenti salienti e l’elenco delle persone coinvolte; una serie di “rimbalzi” ad avvenimenti passati o ad altri elementi del sapere comune che possono inquadrare con rapidità il fatto, il suo significato, l’importanza e fornire una prima interpretazione; ed infine una serie più o meno velata di considerazioni che creano il vero punto di vista sulla faccenda, spostano i pesi del giudizio e decidono le aspettative per la sua evoluzione.
Anche un romanzo non sarebbe nulla senza un adeguato numero di miti e storie pregresse su cui costruire la sua finzione a cui aggiungere la capacità dell’autore di attivare, guidare e sfidare il nostro giudizio. Insomma, per dirla come piace a me si tratta sempre di storie di cose e altre cose ancora che ci offrono alcuni dubbi e diverse possibilità.
Per individuare queste tre fasi è sufficiente leggere un articolo di cronaca o ascoltare un telegiornale per avere esempi di come questi elementi convivono in ogni ‘pezzo’ e del loro potere nei nostri confronti.
Questi elementi rendono ogni racconto uno strumento di selezione, arricchimento e rinnovamento del materiale narrativo precedente.
Non credo che questa descrizione possa rendere il senso profondo di questa dinamica, eppure se oggi ricordiamo e riconosciamo i miti classici lo dobbiamo proprio a questa capacità della narrazione di evolvere e allo stesso tempo di mantenere la memoria del passato.
L’obiettivo di questo articolo è quello di creare un ponte tra il mondo della narrazione e la pratica della progettazione.
Miti e storie: il processo narrativo come approccio alla progettazione
Se gli oggetti raccontano storie è anche vero che essi stessi sono storie in continua evoluzione e che in una sorta di meta-narrazione si raccontano, si tramandano e si traducono in nuove possibilità.
Non si tratta solo di un’idea teorica ma di un approccio strategico alla progettazione di sistemi che punta a inserire il design in un framework ‘narrativo’.
Come le storie anche un sistema è composto da un certo numero di core functions, le funzioni basilari che definiscono il tipo di sistema che stiamo sviluppando e che di fatto rappresentano la maggiore attrazione per gli utenti. Ma come per le storie dentro e attorno a queste funzioni esistono altri elementi. Alcuni sono a tal punti radicati da essere quasi indistinguibili: tutto ciò che potremmo definire il mito di un sistema (le cuffie servono per ascoltare i suoni, i telefoni per telefonare!). Altri elementi orbitano incerti attorno al sistema: sono tutte le funzioni ‘marginali’ che spesso vengono definite inutili ma che finiscono in qualche modo per essere dannatamente seducenti al pari delle core functions.
Spesso in un sistema questi tre insiemi sono ben distinti e facilmente riconoscibili, altre volte sembrano sovrapporsi come indice del fatto che qualcosa di strano è accaduto o sta accadendo nella progettazione del sistema.
È interessante notare come questi contenitori cambiano durante l’evoluzione di un sistema. Quelle che prima erano core functions entrano a fare parte del mito del sistema e alcune tra le promesse ne diventano il nuovo fulcro lasciando spazio alle estremità a nuove funzioni extra, che per il sistema sono protesi verso il futuro, possibili percorsi che possono essere esplorati o meno ma e al momento esistono già, sono lì pronte per la prossima evoluzione. Per questo motivo esse diventano così interessanti per noi utenti finali: pur senza rappresentare il cuore del sistema esse ne tracciano le possibili evoluzioni future e solleticano la nostra fantasia lasciandoci immaginare nuovi e potenziali utilizzi, in un certo senso allenandoci ad apprezzare quello che verrà.
Lo schema che propongo è molto semplice e nella maggior parte dei casi applicarlo equivale a fare una sorta di esercizio semantico sulle funzioni del prodotto o del servizio preso in esame. È un’operazione fatta a posteriori, una constatazione; ma se questo esercizio viene svolto anche durante la progettazione esso può diventare, oltre che un’attività di pre-marketing, un controllo di coerenza semplice che può aiutare a fare sintesi degli elementi che devono essere presenti nel disegno finale.
Ogni sistema deve avere un’identità unica e precisa, un nucleo riconoscibile e solido, da cui spiccano alcuni elementi qualificanti e attorno ai quali si sviluppano un numero di promesse per il futuro abbastanza ampio da permettere al sistema di crescere e adattarsi alle richiesti degli utenti, del mercato e all’avanzare delle nuove tecnologie.
Gli esempi migliori (nel bene e nel male) rischiano di essere anche i più banali: se considerate l’evoluzione dei telefoni cellulari degli ultimi anni e la storia del lettore mp3 della Apple noterete come nel caso dei primi ci sia stata negli ultimi anni una proliferazione di ‘promesse’ per il futuro con relativa saturazione e smarrimento del mercato mentre nel secondo sia avvenuto un percorso metronomico che ha continuato a tracciare per l’ipod un’evoluzione generalmente prevedibile eppure sempre efficace.
Dopo aver archiviato anche gli sms come ‘miti’ del telefono cellulare c’è stata un pò di confusione nell’area centrale delle funzioni principali: la macchina fotografica, la radio, la televisione, internet, il bluetooth, la memoria, internet, etc… Molti terminali sono stati progettati e prodotti senza una dichiarazione d’intenti precisa e soprattutto senza fornire un’indicazione di dove i produttori volevano andare a parare. Nell’immediato questo rende nebbiosa l’identità del prodotto e impedisce la creazione di un legame profondo con l’utente – che cerca nell’identità del prodotto la conferma o il rafforzamento della propria senza trovarla – e nel lungo periodo non partecipa alla definizione degli obiettivi e dei desideri dello stesso utente che in un certo si ritrova smarrito.
Il percorso di un oggetto/sistema come l’ipod è un esempio opposto: a partire dalle primissime versioni la sua funzione primaria è stata definita in modo netto e ribadita fino a trasformarla non solo nel mito dell’oggetto ma addirittura nell’archetipo di un’intera categoria. Le nuove core functions e le promesse vengono da sé, una dopo l’altra: le immagini, i video, i giochi fino all’iphone e all’app store.
Se la ricerca spasmodica di nuove funzioni non paga, almeno nei termini della qualità del rapporto tra utente e sistema, bisogna ammettere che anche l’estremo opposto porta con sé una serie di aspetti negativi. Le stampanti a getto d’inchiostro che trovo più o meno costantemente (anche se in scaffali sempre più piccoli) nei negozi e nei supermercati mi fanno sempre pensare al male che il re-design a volte può fare. Immagino ogni anno (o forse ogni sei mesi) manager che parlano con designer e chiedono nuovi materiali, una forma più semplice, un packaging diverso. Si possono introdurre diverse innovazioni piccole e grandi all’interno del processo industriale e non voglio negare l’utilità della riduzione dei materiali, del peso o delle dimensioni eppure, da utente consumatore, continuo a vedere le stesse scatole con le stesse funzioni.
Nel passaggio da una versione di stampante alla successiva cambiano (o migliorano) una serie di fattori che non vengono tradotti all’utente nel design e nelle funzioni. In pratica i nuovi modelli non raccontano la loro storia e non offrono spunti agli utenti per considerarli qualcosa in più di uno strumento.
Questa sensazione è rafforzata dalla scelta della quasi totalità dei produttori di puntare su un modello in cui i guadagni si costruiscono sulla vendita dei beni di consumo (cartucce, carte) più che sulle vendite delle macchine stesse.
Dietro alle percentuali negative delle vendite ci sono sicuramente molte cause, di cui credo le scelte strategiche di progettazione occupano solo una percentuale. Tuttavia non possiamo evitare nel nostro lavoro di sperimentare tutti gli strumenti che possono ottimizzare e migliorare un prodotto.
Conclusioni
La storia di un sistema non può essere prevista e scritta a tavolino, eppure mi sembra ragionevole immaginare che porsi queste domande quando ci si appresta a disegnare o aggiornare un sistema tracciarne la storie e provare a immaginarsene alcune più fantasiose per il futuro sia un passo fondamentale per assicurare al progetto la sintesi, la chiarezza e la lungimiranza necessari a renderlo unico.








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